Insensibilità etica

E’ davvero finito l’eccezionalismo italiano sui temi bioetici? Davvero si è aperta una fase nuova nel modo di affrontare e governare quei temi da parte della chiesa cattolica? Una fase più timida e cacofonica, rispetto alla stagione che portò alla vittoriosa difesa della legge 40 e poi al Family day? Leggi "La ritirata non strategica sulla vita finirà male. Molto male" di Giuliano Ferrara
16 DIC 08
Ultimo aggiornamento: 09:51 | 14 AGO 20
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Forse siamo all’insensibilità etica. Finita l’epoca in cui gli italiani boicottarono il referendum sulla fecondazione assistita, approvando la scelta del Parlamento, la “svolta radicale” di Vittorio Possenti, il filosofo membro del Comitato nazionale di bioetica che distingue in fatto di indisponibilità della vita, lascia molti perplessi. “Mi meraviglia che un cattolico come lui sostenga che l’indisponibilità della vita valga solo per i credenti” dice don Gianni Baget Bozzo. “Evidentemente ha abbandonato la logica tomista”. E pure Benedetto Ippolito, studioso della scolastica, è perplesso: “Possenti riconosce i presupposti comuni all’orizzonte cattolica, ma davanti alla paura del dolore o all’incedere della morte pare dire non valgono più. Prevale l’autodeterminazione personale”. Meno severo l’ex presidente del Comitato nazionale di bioetica, Francesco D’Agostino, che distingue tra teoria e bioetica, mentre il teologo Antonio Livi biasima “la scarsità di convinzione dei politici cattolici che rinunciano al diritto naturale” e Adriano Pessina, che insegna Filosofia morale e dirige il Centro di Ateneo di Bioetica alla Cattolica di Milano conclude: “Niente di rivoluzionario nelle affermazioni di Vittorio Possenti: è il solito modello di mediazione politica, che trascura le questioni etiche fondamentali”. “Possenti mette insieme questioni eterogenee e ci fa la solita lezioncina retorica sulla tecnica”, continua severo Pessina, che non è nuovo alle riserve verso l’ingegnere studioso di Maritain, promosso filosofo da Adriano Bausola. “Come al solito dimostra di essere approssimativo sulle questioni bioetiche (con le solite frasi insensate sulla morte artificiale, che sembra l’eco della morte sociale). Altre tesi sono assolutamente condivisibili come il rifiuto dell’accanimento terapeutico e la centralità del paziente. Sull’indisponibilità, però, c’è un equivoco di fondo; la vita non è un attributo dell’uomo, è un modo di essere: un conto è dire che una persona possa decidere di se stessa, un altro stabilire quando questa decisione è moralmente legittima”.
Il decano della facoltà di Filosofia alla Lateranense, don Antonio Livi, distingue tra il magistero ecclesiastico, “che fornisce un criterio morale, ispirato al 90 per cento al diritto naturale, senza distinzioni tra chi crede in Cristo e chi non crede”, e la funzione polica della chiesa, “soggetta alla politica, dunque all’arte del possibile, e quindi ispirata a un giudizio prudenziale, non garantito dall’infallibilità che riguarda il ministero”. Ma sulla “svolta radicale” don Livi è severo: “Possenti distingue ciò che la legge dovrebbe fare per quanto riguarda la coscienza dei cattolici e per quanto riguarda la coscienza degli altri. La legge però non riguarda la coscienza, ma ciò che lo stato può o non può autorizzare. E lo stato non può emanare una legge che vada contro il diritto naturale, che ne vìoli i principi, e non tuteli il bene comune. Quella di Possenti, dunque, è una distinzione assurda. Non si può dire la vita è indisponibile per i credenti, ma non lo è per gli atei: è come ragionare in nome di una confessione religiosa, e ledere la dignità della persona, tant’è vero che un islamico qui in Italia non può ammazzare la figlia perché si mette la minigonna. I cristiani distinguono tra politica e religione: il Vangelo non abroga la legge naturale, ma l’illumina; e in politica vale solo ciò che la ragione umana capisce come una soluzione giusta”.

Pure Aristotele e Plotino per l’indisponibilità
Anche Baget Bozzo è sensibile su questo punto: “Il cristiano è legato a un’etica, non a una legge. La fede cristiana ritiene di praticare la legge morale come morale universale; pensa che sia eguale per tutti gli uomini, non pensa che la fede abbia un obbligo particolare circa la vita e la morte. Non ha un rapporto diverso con la morte”. E anche l’altro argomento di Possenti, che critica il principio dell’indisponibilità della vita citando la condanna a morte comminata ai criminali o il potere dello stato di mandare a morire i cittadini in guerra, non lo convince: “Si tratta di una fattispecie ben diversa rispetto alla tutela di una vita innocente, o al rischio di morire per difendere il bene comune. Nei due casi c’è un fatto che determina la possibilità: la colpa grave, la difesa della patria, della società, della famiglia. Nel caso di Possenti, invece non ci sarebbe alcun fatto, ma una semplice possibilità”. Pure Francesco D’Agostino, che è un giurista, respinge la distinzione tra atei e credenti, citando l’avversione al suicidio che accomuna il precristiano Aristotele e l’anticristiano Plotino. “La vita è considerata un dono di Dio e disprezzarla equivale a disprezzare Dio: le religioni che proclamano l’indisponibilità della vita vedono in esso una manifestazione della volontà creatrice di Dio che va rispettata”. Eppure atei e agnostici oggi pensano in termine di autodeterminazione del soggetto. Difficile contare sulla volontà di Dio e la creazione. “Certo, risponde D’Agostino, e per questo il problema urgente non è la metafisica, ma la bioetica, la gestione pubblica della fine della vita che non va appiattita col dilemma filosofico della libertà del suicidio. Rendere disponibile la vita apre lacerazioni insanabili, come la soppressione di bambini malformati e l’eutanasia geriatrica. L’enorme complessità delle terapie giustifica solo la possibilità che il paziente le rifiuti in modo consapevole con dichiarazioni anticipate, lasciando al medico la facoltà di valutare se applicarle o no”.